I L C O L O R E D E I B E R S A G L I E R I 

di Nunzio Seminara 

 

Se potessero, i Bersaglieri si passerebbero il colore cremisi su tutto il corpo.

Ma, chissà, non è che sarebbe proprio igienico.

Per questo, forse, non sembra abbiano pregiudizi su chi porta il loro glorioso piumetto.

La cronaca storica, salvo informazioni di cui non è data altra traccia, partirebbe dal 1826,

il presunto anno di nascita di Sulayman al-Nubi, in arte Michelangelo Maria Maurizio Amatore, noto come Michele Amatore, un sudanese naturalizzato italiano, che diceva che il vero nome di nascita fosse Quetto .

Michele Amatore fu “acquistato” dagli egiziani del medico di Casale Moferrato, Luigi Castagnone, che era proto-medico del Viceré d’Egitto Mehemet Ali, fu educato e divenne cattolico e da giovinetto ottenne la cittadinanza nel Regno di Sardegna. Si arruolò nei Bersaglieri nel 1848, partecipò alla I^ Guerra d’Indipendenza, quindi nel 1859 alla seconda e fu promosso caporale. Divenne poi nel 1863 persino Capitano e fu premiato da Re Vittorio Emanuele II con Medaglia d’Argento. Ritiratosi a vita privata per una cecità progressiva, morì nel 1883.

 

Una targa posta dai suoi amici commilitoni lo ricorda nel cimitero di Rossignano Monferrato.

Ma non fu un caso isolato. Appena sessant’anni dopo, sembra il 30 giugno 1886, forse ad Asmara, nacque, Wolde Selassie, che potrebbe essere tradotto “figlio della Trinità. Fu raccolto e portato in Italia, da un Ufficiale italiano, Attilio Mondelli che l’avrebbe trovato nella strada che da Asmara porta a Deboroa “in tristissime condizioni fisiche, abbandonato ai piedi di un monte”: tanto secondo le parole di Mauro Valeri, in “Il Generale Nero – Domenico Mondelli: bersagliere, aviatore e ardito, un tomo interessantissimo che descrive tutto il mondo che viveva intorno a Wolde, a partire dal 1886 a quasi i nostri giorni, edito nel novembre 2015.

(le immagini che seguiranno sono state riprese dal libro)

Il libro, oltre a parlare della vita di questo “Generale nero”, è una finestra che apre alla Storia Patria su fatti ed argomenti visti da un osservatorio assai attento a interpretarli senza le enfasi che tante volte leggiamo negli anni della prima Italia Risorgimentale e di quella che si svolge nella prima metà del ‘900. Però è proteso a voler cercare, fino a trovarle, alcune spigolosità di parte, quelle “razziste”, che hanno caratterizzato una Italia protesa da un lato verso il colonialismo con slanci entusiasti, ma poi custode gelosa della “italianità”. O “razza bianca” ?. Che poi sarebbe territorio di sociologi, psicologi, tuttologi del “genius loci” d’ogni dì, va bene pure, così come gli iconografici proclami abbiano trasformato la conservazione cromosomica in “stirpe italica, ci sta pure, ma altro non era come forse ancora è la distanza e il distacco dal “diverso”, che nel caso è più evidente perché si tratta del “diversamente colorato”.

 Ovvero, questione del nostro tempo.                     

Ma oltre a questi aspetti ce n’è un altro, anch’esso importante, che è lo stesso che affolla i media e le piazze italiane, ovvero quello delle adozioni. Anche se non per gli stessi motivi di oggi. Allora si trattava di questioni di “colore” che non favorivano l’onestà e il coraggio del ruolo di genitore di “figli d’Africa” davanti ad una comunità sociale che non sembrava ancora abituata alla convivenza con parità di diritti con gente di colore.

 

 

 

 Nel caso poi di Wolde l’adozione, nel caso di un ritrovamento di “minore”, doveva procedere secondo un iter che prevedeva, come oggi però, la nomina di un tutore, indicato o da un pretore o da un consiglio di famiglia. Cosa che avvenne. E da qui poté assumere il nome di Domenico Mondelli (Domenico perché “ritrovato” una domenica?). Eppoi il giovane avrebbe dovuto avere la maggiore età (18 anni), ma la differenza di età col padre adottivo non era in discussione. Era invece motivo ostativo l’aver avuto, Attilio, prima un figlio poi un’altra figlia dalla “fidanzata” che ancora non aveva sposato, trattandosi di figli naturali non legittimi o legittimati.

Questo avviliva molto Wolde, che nel frattempo , nell’ottobre del 1900, entra nel Collegio Militare di Roma, a Palazzo Salviati in via della Lungara. E Attilio, che nel frattempo aveva sposato Angelina, la “fidanzata”, per dimostrare ancora che a Wolde, cioè Domenico, ci teneva, rimane a svolgere l’incarico di Ufficiale contabile, come Maggiore dei Bersaglieri, a Palazzo Salviati. Più vicino di così a Domenico!

 

Cappellone a Palazzo Salviati

Anziano scafato a Palazzo Salviati

La vita nel Collegio Militare va a gonfie vele. Domenico è sempre fra i migliori. Diventa persino Capoclasse stabile! Ma la mancata adozione suonerà come una sconfitta. Quasi un tradimento da parte di Attilio. Finiti gli studi superiori nel Collegio, entra in Accademia Militare a Modena, dove prosegue il suo ciclo di formazione con molti riconoscimenti. E qualche flessione negli studi non particolare, che non incide nella graduatoria del primo terzo degli Allievi al termine degli studi. Nel 1905 presta giuramento alla Patria, diventa Sottotenente di Fanteria e quindi assegnato al 5° Reggimento Bersaglieri. Comincia così la sua vita cremisi. Seguirà e supererà le orme di un altro Bersagliere, il Capitano Michele Amatore del quale si è accennato nella premessa di questo articolo, e del quale, come cita il libro di Mauro Valeri, l’ “Illustrazione Italiana”, nell’edizione del 1886, in occasione del 50enario della fondazione del Corpo, pubblica le gesta di questo primo “nero” Bersagliere.

Ne riportiamo più avanti, dopo la prima pagina dell’articolo, parole e nuovo ritratto in penna tratti da un’originale di quella pubblicazione (proprietà privata).

 

 La vita militare di Domenico prosegue con incarichi in altri Reggimenti Bersaglieri, fra i quali il 7°, l’8° e il 2°. Evidentemente esuberante, come tutti i Corpi d’Elite, Cavalieri, Bersaglieri, Alpini, diventa anche Aviatore: il primo aviatore nero della Storia dell’Aeronautica! (i Bersaglieri addirittura costituirono un reparto speciale di Aviatori: ne parleremo in seguito). Conosce e viene apprezzato da Paolo Caccia Dominioni (mitico ufficiale, cantore di gesta eroiche dalle trincee del Carso e dai campi di battaglia dei deserti libici) . A Domenico vengono riconosciute le prime Medaglie al Valore, quella di Bronzo e poi quella d’Argento (che forse avrebbe dovuto essere d’Oro….), merita anche una promozione sul Campo a Maggiore ( ! ), costituì, almeno così ripeteva, e comandò, nel 1917, il 23° Battaglione d’Assalto costituito tutto da Bersaglieri e che, secondo suoi appunti, lo ebbe anche come diretto artefice della sua costituzione e poi, nel 1920, il IX° Battaglione d’Assalto in sostituzione dell’allora Ten. Col. Messe, ammalatosi improvvisamente.

 

 

 

 

Il Capitano Mondelli aviatore

 

Fu ferito un paio di volte. Gli furono riconosciute un’altra Medaglia d’Argento ed un’altra di Bronzo al Valore e una Croce di Guerra al Merito, oltre a decorazioni varie di Cavalierati e riconoscimenti. C’è anche da dire che, pur avendo avuto un ruolo importante fra le truppe d’assalto, nocciolo duro degli Arditi, non intese partecipare all’avventura fiumana di D’annunzio e quindi aderire alla Carta del Carnaro, la Costituzione di un certo rilievo della repubblica di Fiume, perché era e restava fedele al primo giuramento a Casa Savoia.

 Si descrivono così, un po’ frettolosamente, alcune tappe militari della sua vita.

 A tale proposito, la sua vita s’incrociò con Michele Carchidio, un altro “meticcio” divenuto anche lui Ufficiale Superiore (di Artiglieria) e che era entrato nel Collegio Militare di Roma quando lui ne era uscito (1904) e che, nato nel 1891, nel 1894 fu il primo “meticcio” riconosciuto da un militare Italiano, il Capitano Medaglia d’Oro al Valor Militare Michele Carchidio Malvoli , il quale ebbe anche il tempo di nominarlo persino suo erede! (era un Cavaliere !), appena prima della sua ultima carica a Cassala, quando il 17 luglio del 1943 morì eroicamente alla testa alla testa del suo Squadrone di truppe coloniali.

 Tra l’altro, per la cronaca, Michele Carchidio Malvolti, fu pubblicamente osannato da Mussolini quando, rientrati gli Italiani a Cassala nel 1940, lo ricordò alle truppe locali con la fraseL’ombra di Carchidio Malvolti vi attende a Cassala!”.

  

 

 Capitano Michele Carchidio Malvolti

Medaglia d’Oro al Valor Militare

Perché inviato col proprio squadrone a tenere in rispetto un partito di cavalleria nemica lo caricò e lo disperse, ma circondato improvvisamente da forze soverchianti, dopo avere sostenuto una lotta sproporzionata ed aver colpito parecchi avversari, cadde trafitto da undici colpi di lancia, mentre con la sciabola in pugno cercava farsi largo ed infondeva nuova lena nei suoi dipendenti. Cassala, 17 luglio 1894 .” 

Domenico Mondello s’inquadrò negli Arditi e figura in alcune immagini in cui esprime fierezza e dignità, ma anche s’impone come superdecorato.

 

 

 

 

 

Nel frattempo era entrato nella Massoneria del Grande Oriente d’Italia, che allora “reclutava” molti militari. Ma che comunque aveva anche una notorietà visibile e non clandestina. 

Raggiunto il grado di Tenente Colonnello cominciano le vicissitudini negative di carriera.

Qui il sospetto delle prime difficoltà che hanno, secondo una lettura distaccata, due motivazioni. 

La prima, quando cominciò ad essere discriminato con alcune sospensioni della carriera a partire dalla promozione a Colonnello, a causa del colore della pelle ? : è assai plausibile, visto che dalla fine degli anni ’20 e quindi dalla fine degli anni ’30 in poi, sembra fossero crescenti le “distrazioni” sugli avanzamenti di carriera e di riconoscimenti formali di militari – meticci.

La seconda: la sua dichiarata e trasparente adesione alla Massoneria, non proprio gradita dal regime fascista,

 

 

 Entrambe le motivazioni non sono antitetiche ma, come si dice, ci possono stare”.

 Anzi, si potrebbe ipotizzare che siano state “un combinato disposto”, che generalmente sia in grado di fare il buono ma anche il cattivo tempo fra le gerarchie militari, e non solo.

 Ieri? Soltanto ieri?

 Non a caso, Domenico Mondelli, seppur collocato anzitempo nella “riserva”, dopo il grado di Generale di Brigata (1959, Ruolo d’Onore) e di Divisione (1963), raggiunge il grado di Generale di Corpo d’Armata nel 1968, dopo ben 4 ricorsi al Consiglio di Stato, fino ad essere nominato Grande Ufficiale, “Motu Proprio” dal Capo dello Stato Giuseppe Saragat (1970).

  

Ma vale menzionare, aveva già raggiunto, il 13 dicembre 1956, poco prima della prima stelletta d’Argento di Generale (1959), anche e soprattutto il grado massimo della Massoneria il 33 !) del Rito Antico Scozzese. Sempre il 13 dicembre, ma del 1974, muore all’Ospedale Militare del Celio all’età di 90 anni.

 Fu ricordato a Parma, città d’origine della famiglia Mondello, in particolare scrisse di lui “il Resto del Carlino”. Ma non è dato sapere dove abbia voluto essere sepolto. Cercheremo di saperlo.

 Altre storie si accavallano nel travolgente libro di Mauro Valeri, tutte inserite in un percorso descrittivo assai attento, però anche critico delle vicende di Storia Patria, dal primo colonialismo del XIX secolo al secolo successivo.

 Fra queste quella di Pasqualino Tolmezzo, bimbo libico (nato ad Assaba, Tripolitania), rimasto orfano e raccolto dagli Alpini del Battaglione Tolmezzo e chiamato Pasqualino perché, sembra, fu raccolto il giorno della Santa Pasqua del 1913. Portato in Italia e affidato nei giorni di Pasqua alle cure delle Suore del Brefotrofio di Udine. Entrò nel Collegio Militare di Napoli, la Nunziatella, nel 1926.

 Quindi entrò in Accademia.

 Dopo, anche lui avrebbe subìto alcune discriminazioni. Non ebbe il tempo di potersi difendere.

Morì di broncopolmonite a 25 anni.

Ci intriga questa storia. E anche altre sullo stesso argomento, che vede come scenografia del grande teatro della vita i Collegi, oggi Scuole Militari Italiane. Di ieri e di oggi. E poi chissà.

Alla prossima.

 

 

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