MOZIONE  D’ORDINE

A   PIZZOFALCONE

di Nunzio Seminara

 

Bello!, ma c’è un errore…….la stazione della Metro a Piazza S. Maria degli Angeli è dello Studio Siola & Associati, mentre a Boris Pedrecca è da attribuirsi la stazione di Piazza San Pasquale

 

Rendering del progetto della Stazione di Piazza San Pasquale di Boris Pedrecca

 

I lavori di sbancamento per la linea 6 della Metro a Riviera di Chiaia

 

Assai gradita la telefonata di Alessandro Castagnaro, architetto napoletano, Presidente dell’ANIAI (Associazione Nazionale Ingegneri Architetti Italiani), che oltre ad aver letto l’edizione di pizzofalcone.it ha contribuito a fare una correzione importante. Quasi in risposta ad una precisazione fattagli circa un anno fa, quando alla lettura del suo ricchissimo tomo “Architettura: accade oggi-scritti brevi tra il 2006 e il 2006”, Ed. GUIDA, feci osservare che la Stazione di Napoli (bellissima!), realizzata nel 1960 dopo un Concorso del 1954, oltre ai nomi, famosissimi, degli architetti Pierluigi Nervi, Carlo Cocchia, Bruno Zevi, Giulio De Luca, Luigi Piccinato e Giuseppe Vaccaro, riuniti in gruppo unico, dopo “l’accorpamento” perché facenti parte di altri gruppi premiati ex aequo, non erano stati inseriti Massimo Battaglini e Corrado Cameli, architetti romani dell’Ufficio Tecnico delle Ferrovie dello Stato (si chiamava così). Parlammo anche di altri particolari, ma credo che sarebbe opportuno approfondire l’argomento in una prossima edizione

Puntualmente rimettiamo le cose a posto dando al gruppo Siola & Associati la paternità di questo lavoro: è un progetto assai elegante, che si inserisce nella Piazza di S. Maria degli Angeli con discrezione, senza rinunciare alla citazione della storia ottocentesco-piemontese che non può non richiamarsi  alla cupola della Galleria Principe di Via Roma, quasi un clone di quella di Milano, affermazioni della nuova era sabauda della fine dell’800 con la medesima proposta architettonica romana, completata nei primi del ‘900 (attuale “Galleria Alberto Sordi”, così ribattezzata da una decina d’anni prendendo il nome del celebre artista romano, ma già “Galleria Colonna”, perché si affacciava su Piazza Colonna e come ancora oggi molti romani sono abituati a chiamarla).

Area ingresso della Stazione Metro a Chiaia in Piazza Carolina (da internet)

 

La mozione d’ordine : ingresso metro in Piazza S. Maria degli Angeli il cui progetto è degli archh. Umberto Siola & Associati

 

 

Lavori in corso per il pozzo” in P.za S. Maria degli Angeli

 

 

Il “pozzo” di Siola & Associati

 

 

 

La cupola della Galleria Principe

 

 

La stazione risolve egregiamente l’impatto ambientale con l’inserimento “a raso” nel contesto della cupola-lucernaio rispettando le emergenze della Chiesa S. Maria degli Angeli, che per l’appunto dà il nome alla Piazza, e dell’ex “Casa del Fascio” dell’arch. Marcello Canino, protagonista di altri lavori importanti nella Napoli degli anni ’30.                                                                                          

 

Pizzofalcone e le sue strade

Al “pozzo” convergono tre percorsi: Via Nicotera che, scende dalla collina di S.Elmo e percorre il ponte di Chiaia; Via Gennaro Serra, che sale da Piazza Plebiscito e Via Monte di Dio, così chiamata perché parte dall’estremità di Pizzofalcone (nome del luogo dove nel XIII secolo Carlo I D’Angiò si dedicava alla caccia con i falchi), dove c’erano una Chiesa con annesso Convento che le sovrapposizioni dei secoli hanno cancellato, e che, per la sua posizione di colmo, viene qui indicata via di crinale.

Via Monte di Dio: il nome deriva dalla Chiesa e dal convento che fino al XVI secolo si trovavano in cima alla strada

Mentre, dall’estremità di Pizzofalcone convergono anche le ultime due traverse della salita di Via Gennaro Serra, Via Egiziaca (dal nome della Chiesa omonima che si affaccia sulla strada) e la seconda, Via Nuova di Pizzofalcone. Le due strade, che potremo definire “di mezza costa”, costituiscono una “forcella” del tessuto viario che attraversa la parte più popolare del quartiere San Ferdinando dalla parte alta, aristocratica e borghese di Pizzofalcone.

Via Egiziaca Via Nuova di Pizzofalcone

La via “di crinale” (Via Monte di Dio) e “ la forcella” (Via Egiziaca e Via Nuova di Pizzofalcone), come un doppio asse  longitudinale,  principio “ordinativo” dei percorsi e segno di una separazione netta della tipologia urbana, già presenti nello schema del Castrum Lucullanium che fin d’allora raffigurava sinteticamente il tessuto viario dell’intero Monte Echia.

 

 

Il Castrum Lucullanum che dall’isolotto di Megaride si estendeva anche sul Monte Echia, quasi a sovrapporsi alla Neapolis dell’VIII – IX sec. A.C. fino a scendere addirittura verso il Maschio Angioino da una parte e verso l’odierna Riviera di Chiaia dall’altra.
Il Castrum Lucullianum, l’insediamento del I sec. a.C., di cui esistono testimonianze ancora visibili, ultimi resti della villa del Console Lucio Licinio Lucullo,

Ma Pizzofalcone, che nelle rappresentazioni pittoriche e fotografiche sembra un promontorio, invece è una isola-scoglio nel mare di città di oggi, ma soprattutto com’era in realtà nel mare della città di ieri, che al tempo di Lucullo circondava tutto il Monte Echia.

Tela ad olio (40 x 30 circa) a firma illegibile della Napoli dell’ ‘800

Infatti Lucio Licinio Lucullo, per rendere esclusiva la sua residenza, fece lavori di un certo rilievo, modificando l’assetto territoriale persino dal punto di vista geomorfologico. In particolare, fece opere costosissime per separare addirittura Monte Echia dalla collina di S. Elmo, in parte favorito dal naturale declivio dovuto all’impluvio di acque sorgive e di superficie, realizzando quella frattura che oggi è segnata dalla Via Chiaja (dallo spagnolo che indicava la spiaggia), superata dal ponte omonimo col passaggio che, come già descritto, è la Via Nicotera.                                                    

Urbanisticamente, realizzò per la sua pregevole villa un grande “comprensorio”, così diremmo oggi, in cui l’area della lussuosa residenza comprendeva manufatti accessori: vasche di raccolta di acque per l’approvvigionamento personale e per l’irrigazione dei campi, ma anche destinate alla pesca, piscine per ludi estivi, zone per all’approdo fin quasi all’attuale area del Maschio Angioino. Nonché organizzazione di attività agricole (horti) con le costruzioni rurali di “servizio” (ricovero per il personale, per gli attrezzi e magazzini). Sperimentò anche le prime coltivazioni delle pesche e delle ciliegie. Era molto versatile e innovativo e dedicava molta attenzione alla produzione dei prodotti alimentari della villa. Però non dedicava il tempo libero soltanto a festini e sollazzi sui triclivi (ancora oggi, per parlare di festosi e fastosi conviviali si parla di “pranzi luculliani”!): era anche un uomo di grandi interessi culturali, dedito alle arti fino a dotarsi di una ricchissima biblioteca fornita di testi e manoscritti rari del tempo.

La “forcella”, già evidenziata nel disegno del Castrum Lucullianum, preordinava la costruzione di piccoli manufatti agricoli con percorsi che facilitavano le coltivazioni di costa (le viti, la cui maturazione era migliorata dalla esposizione verso sud e consentiva la produzione dei vini per le celebri libagioni “luculliane”). Lo stesso versante che poi divenne direttrice dell’attività edilizia che si sviluppò dalla seconda metà del secolo XVI, quando a Napoli si costruiva a ridosso del mare, nelle aree disponibili per il primo approdo dei pescatori, ma anche per le immigrazioni incontrollate (sembra di essere ai nostri giorni!), nonostante i continui divieti del Re Filippo II, detto anche Filippo il Prudente (Re di Napoli e Re di Sicilia dal 1554 al 1598), determinando, nella continuità senza interruzioni, la tipologia degli edifici in elevazione lungo percorsi molto stretti, i vicoli.

Tale crescita edilizia è da sempre ricorrente nelle aree urbane dove le città nascono e si sviluppano,  a ridosso degli accessi sulle vie del mare e dei fiumi che, per il flusso di merci e di beni, diventano risorse del territorio per la crescita economica e perciò naturale attrazione per gli insediamenti.  Ma anche vie di primo approdo e di ricovero per pescatori, per naviganti e “pellegrini”.                                                

Questo fenomeno, che a volte e in un certo senso impropriamente è definito “urbanesimo”, si “espande” nonostante la morfologia del terreno non sia favorevole per la presenza di forti dislivelli che non consentono una distribuzione del tessuto urbano più “aperta”, e perciò più agevole nei percorsi. Si pensi ad esempio ai “caruggi” di Genova e delle città liguri sul mare, come poi si riscontra nella Roma medioevale lungo il suo “Fiume”, cioè il Tevere, la via del commercio con paesi lontani favorita dal vicino mare. Quando “il Fiume” era navigabile senza impedimenti.

Le osservazioni sulla crescita di Pizzofalcone sono state rilevati in alcune interessanti note riprese da un saggio a firma Renata Pilati, pubblicato nel 1987 (Editore Guida), dove, intorno alla storia della Nunziatella, la Scuola Militare di Napoli, sita proprio a Pizzofalcone, si descrivono alcuni aspetti dello sviluppo della Città.  

 

 

Nella relazione di un “visitatore”, tale Lope de Guzman, datata fra il 1581 e il 1582, questa intensità abitativa determinava gravi conseguenze di carattere igienico sanitario e pregiudicava la mobilità urbana, mentre si evidenziavano le ricadute negative nella economia del Regno per il depauperamento delle risorse finanziarie, dovuto alla ridotta fiscalità dei terreni soggetti alla intensa edificazione “fuori controllo” che, nel realizzarsi su aree sempre più ristrette, si sviluppava in elevazione e incrementava l’insediamento abitativo.

Ma l’analisi non è propriamente di natura politico-economica. Suggerisce infatti altri aspetti che l’impianto urbanistico nel suo insieme, dai vicoli, alle piazze, all’architettura della diversa tipologia edilizia, evidenzia i caratteri fondativi del Pizzofalcone di oggi, il “pieça falcon”.

 

I palazzi

Nella relazione di Lope de Guzman, v’è un preciso riferimento alla presenza di costruzioni di alto prestigio sulle aree estese dei giardini che, in parte, sono tuttora sono visibili in adiacenza all’asse “di crinale” e che erano disegnate nelle prime stampe del tempo, dove quasi nel dettaglio, sono evidenziate le preminenze edilizie e le aree libere da costruzioni.

Stampa Lafrery 1566

Il primo edificio di un certo rilievo di quel secolo ( XVI) fu quello della famiglia di Andrea Carafa della Spina e che poi, alla sua morte, passò al marchese Ferrante Loffredo. Si trovava proprio vicino ai ruderi sull’estremità di Pizzofalcone, ed è ancora visibile nella stampa di Lafrery del 1566. Nei primi dell’800 divenne Biblioteca Militare e Reale Opificio Topografico, poi, dall’Unità d’Italia fu destinato ad Archivio Militare e quindi alla Sezione Militare dell’Archivio di Stato. Cioè, passò dalla proprietà privata di prestigio a proprietà pubblica, di importante livello Istituzionale dal punto di vista scientifico e culturale. Uno dei tassello fondamentali per la memoria della Città.

Reperti archeologici su Monte Echia davanti al Palazzo Andrea Carafa della Spina, oggi Archivio di Stato

 

 

 

Definizione della stampa di Lafrery che evidenzia le tipologie edilizie del tempo

 

Una stampa planivolumetrica del 1704 che mette in risalto la preminenza di Pizzofalcone

 

In un’altra stampa della metà del XVIII secolo (Duca Di Noja), già censuaria del territorio di Pizzofalcone, evidenzia le aree verdi ed i fabbricati di prestigio con le corti interne.

Altri palazzi di assoluto rilievo continuano ancora oggi ad essere di proprietà privata e arricchiscono l’edilizia residenziale di Via Monte di Dio. Rimandando la ricerca ad altro approfondimento, si citano, salendo da P.za S.Maria degli Angeli, il Palazzo di S. Eramo e l’adiacente Palazzo Carafa di Noja, i cui stemmi dei rispettivi casati decorano le volte degli androni e segnano la loro storia. Uso della decorazione che distingueva la nobiltà delle famiglie, il biglietto da visita per chi varcava quelle soglie.

 

Ingresso e veduta del cortile interno del Palazzo S. Eramo

Stemma araldico nell’androne del Palazzo S. Eramo

 

Ingresso e veduta del cortile interno del Palazzo Di Noja

 

Stemma araldico nell’androne del Palazzo Di Noja

Mentre non si può non fare, per ora, qualche breve accenno al Palazzo del Principe Gennaro Serra di Cassano, ubicato quasi di fronte al Palazzo Di Noja e che, oltre a residenze private è, dal 1975, sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, centro studi di assoluto primato e di indiscutibile risonanza nazionale ed internazionale che la cultura meridionale offre agli studiosi ed ai ricercatori di tutta Europa e del mondo.                  

Il Palazzo ha un accesso su Via Monte di Dio ed un altro su Via Egiziaca, che sarebbe il principale, ma che non è praticabile. Infatti è stato murato dopo la morte del Principe, giustiziato dai sanfedisti del Cardinale Fabrizio Ruffo di Calabria, intervenuto a Napoli nel 1799 per liberare il Regno dei Borbone dai Francesi giacobini (questo è appena un accenno a quei lontani “fatti napoletani” che varrà la pena ripercorrere). La chiusura fu disposta “per sempre” dal Duca Luigi di Cassano, padre di Gennaro, come gesto non equivoco verso il Re Borbone (Ferdinando IV), dato che quel portone è rivolto nella direzione del Palazzo Reale di Piazza Plebiscito. Eccezionalmente fu riaperto solo nel 1999, bicentenario della ricorrenza di quel lutto, celebrato come un vessillo di libertà per una nuova Napoli del 2000. Trattandosi però dell’ingresso principale di Via Egiziaca, meno prestigiosa di Via Monte di Dio, e posto quasi di fronte all’ingresso della Chiesa S. Maria Egiziaca, non può escludersi che l’ubicazione potesse avere anche il significato di devozione e di riconoscimento simbolico dell’Istituzione religiosa che rappresentava. Secondo questa riflessione, la chiusura di quel portone potrebbe essere stata non proprio il gesto di rifiuto dell’autorità del Re Borbone, ma potrebbe, forse, rappresentare un preciso atto di protesta verso la Chiesa, e di conseguenza di forte contestazione nei riguardi del Papato di Pio VI che, per quanto Fabrizio Ruffo agisse per il Re Borbone, come Cardinale rappresentava il massimo Istituto della Chiesa. Quel condottiero determinato, Cardinale per dispensa papale, che però aveva ricevuto l’ordine sacramentale un po’ tardi (1795) e che forse per questo non era solito officiare i riti del culto. Si vedrà in seguito, con studi più approfonditi, se sia da ritrattare l’ipotesi qui esposta sulle ragioni della chiusura del portone su Via Egiziaca. Chissà!

Particolare di un certo interesse è che dalla corte interna citata e dal Vicolo del Grottone, che si trova verso l’imbocco di Via Serra lungo la direttrice di Via Egiziaca, si scende nel sottosuolo e si entra nella “Napoli sotterranea”: luogo di misteri e di storie antiche, fascino ancora inesplorato di leggende e di racconti tragici.                                                                                                                    

Questo spunto arricchirà lo studio che più avanti svilupperà il domani di Pizzofalcone.

Intanto preme osservare che la Chiesa S. Maria Egiziaca, sia quasi nascosta al percorso della via di accesso con un alto muro ed abbia un primo portone che immette in una corte interna, dove la Chiesa emerge maestosa e dove si trovano anche residenze, presentando un impianto scenico rilevante. Tipologia “mista”, Istituzione e residenza privata, in un unico organismo architettonico.

 

Ingresso alla corte interna della Chiesa S. Maria Egiziaca

Prospetto della Chiesa S. Maria Egiziaca nella sua corte interna

Residenze ubicate nella corte della Chiesa S. Maria Egiziaca

Le Chiese

Tutti gli edifici di culto, in ogni città, meritano studi circoscritti alla loro realizzazione, nel tempo e nella modalità esecutiva della loro costruzione. In questa analisi si tracciano solo alcuni spunti e certamente in seguito verranno affrontati gli aspetti che ne caratterizzano l’architettura.

A Pizzofalcone, le Chiese, circoscrivono gli insediamenti urbani secondo un rombo allungato che ha per vertici la Chiesa dell’Immacolatella (n.d.r.: da qualche decennio chiusa al pubblico e in condizioni di assoluto degrado), sita fra la Caserma Bixio e l’ex Palazzo Carafa di San Severina, oggi Archivio di Stato, quella di S. Maria Egiziaca, sulla via omonima, e quelle della Nunziatella e della Basilica di S. Maria degli Angeli. Questa perimetrazione, stranamente ma forse no, dato che le Chiese sono coeve essendo state realizzate tra la fine del XV secolo ed i primi anni del secolo successivo, delimita un’area omogenea, geometricamente regolare, come fosse tracciata da due triangoli isosceli ribaltati secondo uno dei lati (linea che simbolicamente collega la Chiesa della Nunziatella e la Chiesa S. Maria Egiziaca e che diventa l’asse minore del rombo). Tale geometria perimetra una porzione del territorio nella sua preminenza, non solo altimetrica, ma ubicazione strategica, catalizzatrice e quasi ordinatrice di tutto il fronte a mare, come cerniera per lo sviluppo della città. Il segno di Monte Echia ab urbe condita, ideogramma sul territorio che guida lo studio urbanistico nel suo evolversi.

Ma ancora un’altra spigolatura della storia, forse un “pensiero in libertà”, ma non troppo, e che forse non è una metafora: per la Chiesa dell’Annunziatella, poi chiamata “della Nunziatella” (se ne traccerà in altra sede la sua storia con maggiori informazioni), attigua all’antico convento dei gesuiti (oggi Scuola Militare della Nunziatella), fu proposto un primo disegno, di difficile se non di impossibile reperimento (sembra che fosse stato semplicemente ipotizzato senza essere rappresentato da alcun disegno) che  avrebbe raffigurato una pianta a forma stellare con gli altari previsti in prossimità dei vertici, secondo la composizione di due triangoli equilateri sovrapposti e ruotati, simile alla estrapolazione geometrica del disegno della cupola borrominiana di S. Ivo alla Sapienza in Roma.

Roma, la cupola di S. Ivo alla Sapienza di Borromini vista dall’interno (da “ROMA BAROCCA”, di P.P. Portoghesi, Ed. Bestetti)

Questa ipotesi, perciò “spigolatura della storia”, che scopre nel suo insieme la corrispondenze fra ”i fatti” e quello che rappresentano, potrebbe far pensare ad un “confronto – scontro” sempre aperto fra Riforma e Controriforma, che sembrava non finire se, in Architettura, e non è a caso il riferimento al Barocco di Borromini, continuava ad esaltare “gli audaci” che rivoluzionavano le geometrie canoniche e le gerarchie (n.d.r.: per fortuna oggi esistono ancora quegli “audaci”), come poi esaltarono gli spiriti dell’illuminismo di fine ‘700, quando la Repubblica Napoletana ebbe i suoi “100 giorni di gloria”.

Perché la Città e la sua Storia si legge anche, e a volte soprattutto, nell’Architettura, che non è solo un gesto che rappresenta una funzione per l’uomo nel tempo in cui vive.                                                                 

Comunque, per concludere sinteticamente questo primo “incontro” con la Chiesa della Nunziatella, dopo successive realizzazioni, i gesuiti affidarono all’Architetto Ferdinando Sanfelice, protagonista sopraffino di molti incarichi di quegli anni da parte di privati e di Istituzioni religiose, il progetto per un definitivo completamento dei lavori per la costruzione della Chiesa che fu ultimata nel 1736, secondo la versione attuale, disposta con pianta a navata centrale, volta a botte affrescata e quattro cappelle laterali con rispettivi altari. Vale menzionare che lo stesso Sanfelice disegnò anche il Palazzo Serra di Cassano.

Tra il XVI ed il XVII secolo altri edifici religiosi furono realizzati (Chiesa di S. Maria della Catena, del 1576, e la Chiesa Crocelle al Chiatamone ovvero di Santa Maria della Concezione dei Padri Crociferi, iniziata nel 1622, oggi sconsacrata) rispettivamente su Via di S. Lucia e Via di Chiatamone, a ridosso delle pendici di Pizzofalcone, rivolte al culto della gente di mare, pertanto non generatrici dell’intorno urbano, ma a servizio della città sul mare.

 

I quartieri militari”

Sul Monte Echia, fin dai primi insediamenti risalenti al VII – VIII secolo a,C., erano presenti fortificazioni sparse per  presidiarlo militarmente e quindi per difenderlo. Dalla Neapolis fino al Castrum Lucullianum che comprendeva anche manufatti per la milizia di difesa e di vigilanza, piccole fortificazioni che nel tempo si svilupparono verso mare in bastioni che poi furono assorbiti dalla crescita urbana. Il Castel dell’Ovo, cui verrà dedicata un’altra parentesi più consona all’importanza del sito, è la testimonianza tangibile dello sky line, il profilo all’orizzonte di Napoli e icona del paesaggio, forse più del Vesuvio, quasi un archetipo del Golfo e di Napoli. Sul Pizzofalcone la necessità degli “acquartieramenti” viene menzionata nella relazione del “visitatore” Lope de Guzman del libro della Penati (già citato), tra l’altro non è che si trattasse di argomento trascurato in una città che dal mare traeva ricchezza, ma che dal mare attraeva anche sbarchi non graditi…..

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Ingresso alla Caserma Nini Bixio a Pizzofalcone

Successive trasformazioni hanno lasciato quella che può essere l’ultima presenza importante, la Caserma Bixio, già “caserma Pizzofalcone” o Gran quartiere di Pizzofalcone durante i Borbone e poi “di Vittorio Emanuele II”, quando vi alloggiavano, fino alla seconda guerra mondiale i Bersaglieri del 1° Reggimento.

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Disegno originale per il conio della medaglia del 1° Reggimento Bersaglieri Napoli (collezione privata)

 

Nel dopoguerra divenne sede operativa della Polizia di Stato: non si sa per quanto tempo ancora, visti accordi, conferenze di servizio, ri-accordi, avvicendamenti annunciati, proclami ri-annunciati, promessi e rinviati, “firme di intese Istituzionali”. Ma, senza certezze, sembra essere fuori dal tempo. Del tempo che passa.

L’attuale impianto della Caserma Bixio, sorto sopra l’acropoli dei primi insediamenti di Monte Echia, salvo alcune variazioni dovute ad ampliamenti funzionali eseguiti alcuni anni fa, non ha apportato modifiche di rilievo alla planimetria generale. La sua storia recente, e, come accennato, voci di accordi pubblicizzati ovunque, la mette in relazione da ben oltre 50 anni con un altro edificio, la vicina Nunziatella.

Già, la Nunziatella. Che per quanto sia chiamata affettuosamente dagli Allievi e dagli Ex Allievi “Rosso Maniero” (riprendendo una canzone-inno degli Allievi per il loro canto di fine corso, testo dell’ Allievo Ettore Gallo, che divenne Presidente della Consulta), a parte la destinazione di Istituzione-Istituto di Scuola Militare, elevata a rango di “Caserma” nel 1983 (Caserma Parisi, dal nome del fondatore dell’attuale sistema formativo, scolastico e di educazione militare) non ha affatto le caratteristiche della roccaforte. Del resto si tratta dell’antico convento dei gesuiti, che nel tempo, dalla metà del XVI secolo, ha avuto mutazioni continue (sede del noviziato dei Gesuiti della Compagnia di Gesù e poi del Convitto per i figli di Cavalieri di Malta degli Scolopi), fino alla costituzione della Reale Accademia Militare (18 novembre 1787), divenuta poi Collegio Militare ed oggi Scuola Militare. “Maniero” è il termine tipologico che rappresenta l’aspetto maestoso e “muscolare”, nell’enfasi di quel legame indissolubile di chi lo frequenta, l’ha frequentato e lo vive ancora, “Rosso” è il colore borbonico, trasformato un paio di decenni fa da opere di restauro della Soprintendenza ai Beni Culturali, secondo le direttive di una interpretazione (n.d.r.: discutibilissima) dei pigmenti esterni.

Intorno alla NUNZIATELLA , “con sfumature di grigio

Rosso” o “Rosso aranciato”, o ancora “Rosa Aranciato”, secondo le varianti discrezionali con le quali viene affettuosamente e folkloristicamente ribattezzato, il “Maniero” è comunque un segno inconfondibile nel profilo della città: Castel dell’Ovo, Caserma Bixio e Nunziatella definiscono, scorrendo in successione lo sguardo dal mare verso Pizzofalcone, l’immagine della Napoli che tutto il mondo conosce e in cui tutti i napoletani si riconoscono.

 

Le emergenze

Quali emergenze a Pizzofalcone: il Tribunale Militare, la Nunziatella, l’Università Parthenope, l’Istituto Italiano degli Studi Filosofici, il Teatro Politeama, tutte di grande rilievo nella vita Istituzionale e culturale della città.

Il Tribunale Militare di Napoli riveste una peculiare importanza perché rappresenta una sede Istituzionale, anche se è prevista un’altra allocazione, anzi, un trasferimento in altra città (sembra sia Roma). E’ sito proprio nella Piazza S.Maria degli Angeli, prima di Via Monte di Dio, in edificio attiguo alla Basilica, dalla quale prende il nome (il Padiglione di S. Maria degli Angeli).

Il Teatro Politeama, realizzato nel 1870 proprio all’inizio di Via Monte di Dio, fu chiamato Politeama Giacosa, dal nome del grandissimo drammaturgo, Giuseppe Giacosa (1847 – 1906). Ha avuto sempre spettatori di altissimo rango (anche i Principi di Casa Reale). Alcuni episodi della sua vita interruppero, per poi farli trionfalmente e nello stesso tempo faticosamente riaprire al pubblico: dall’incendio del 1957 alla riapertura nel 1961, alla nuova chiusura per problemi finanziari (sofferenza perpetua del palcoscenico!) e, dopo successive “soste” per cambi di gestione, da circa vent’anni sta assumendo un polo di richiamo importante per i cultori dell’arte del teatro.

Della Nunziatella e della sua eccellenza è stata fatta una descrizione sommaria e si avrà modo di parlarne essendo questa testata giornalistica, pizzofalcone.it, che nell’atto fondativo si ispira alla sua Storia: quella di ieri, di oggi e di domani, in ordine sparso, come più volte è stato qui espresso.

L’ Università Parthenope, dove si svolgono corsi universitari di eccellenza nel Diritto e dell’Economia e di altre discipline diffuse in altre quattro sedi a Napoli. Quella di Pizzofalcone, chiamata Palazzo Pacanowski dal nome dell’architetto Davide Pacanowski che vinse un concorso della fine degli anni ’50 indetto dall’allora Telecom. Il progetto sottolinea nella linearità asettica dei prospetti il “distacco convivente” con la classicità semplice e sobria ma preminente dell’impianto murario tardo seicentesco e settecentesco delle costruzioni fra i quali si inserisce: la Nunziatella e la Caserma Bixio. Diversa è la lettura dell’architettura nel suo contesto. Ma questo, e altro ancora, sarà lo spunto per successive considerazioni.

L’ Istituto Italiano degli Studi Filosofici, Istituto fondato nel 1975 per l’impegno appassionato e decisamente encomiabile di Gennaro Marotta, avvocato con la spiccata dedizione agli studi del Diritto e della Filosofia, sito, come anticipato, nel Palazzo Serra di Cassano: migliore sede non poteva essere, sia per il richiamo ad una Storia, sì, luttuosa per la Napoli del 1799, ma anche fucina di ardenti e prorompenti echi di quella creatività della cultura del mediterraneo, italiana ed europea che oggi stiamo riscoprendo. Nella sua ricchissima biblioteca sono stati raccolti circa 300.000 volumi dopo tanti anni di ricerche e di donazioni. L’attività dell’Istituto è sempre viva per i confronti che stimola ed organizza nel mondo intellettuale, favorendo lo studio di giovani leve e imponendosi nella progettazione di eventi e di riconoscimenti, anche internazionali.

Fin qui una prima messa a punto del nostro Pizzofalcone. Una mozione d’ordine nel primo impatto con una parte di territorio alla quale pizzofalcone è legato, cercando di sfrondare con una schematica descrizione le superfetazioni che avvolgono i percorsi e non scandagliano i riferimenti fisici di strade, piazze, edifici, dei nomi e del loro riconoscimento toponomastico. Sfogliando le pagine della Storia, che attraverso la fisicità degli elementi che costruiscono e addobbano la città, leggendo i materiali, le forme, il degrado, la luce, il colore. Solo allora si può cominciare a sentire la città e i suoi luoghi. E si riesce a descriverla. Cercando di scoprirne gli angoli non visti dallo sguardo superficiale e frettoloso della vita di tutti i giorni. Alcuni angoli sono stati scrutati, appena accennati, forse superficialmente. Altri, appena emersi, verranno analizzati prossimamente. Però adesso si anticipano alcune considerazioni.

La “collina”, così impropriamente menzionata, ma che invece è una vera e propria isola nella città, anzi uno “scoglio”, presenta come ogni città antica e moderna problemi di mobilità. Però, come già descritto (pizzofalcone n.01.2016), sono in corso lavori per la realizzazione di percorsi verticali veloci, “i pozzi” della città assorbente, ovvero ascensori con scale di servizio finalizzati al collegamento con un flusso pedonale più agevole fra Pizzofalcone e la “città intorno”, alleggerendo così il traffico veicolare che troppo spesso determina quegli ingorghi che sono di ostacolo alla percorrenza e rallentano la vita quotidiana.

Se da un lato emergono aspetti di carattere essenzialmente urbanistico, è opportuno richiamare quelli che un “certoLe Corbusier definiva la geoarchitettura, ovvero quell’insieme di elementi della composizione che diventano il progetto della città, o di una parte di essa. A Pizzofalcone, quegli elementi sollevano questione di grande rilievo. Senza descrivere adesso gli aspetti geomorfologici dello scoglio, ricordiamo che la Via Chiaia è stata realizzata per iniziativa di Licinio Lucullo dopo costosissimi scavi della Collina di S. Elmo, con interventi gravosi in terreni non compatti per la presenza di acque sorgive e di impluvi di acque meteoriche a quel tempo non arginate e non drenate. Ancora oggi, quella conformazione idrogeologica determina dissesti e smottamenti, come infatti alcuni episodi franosi si sono verificati recentemente, sia per i lavori della Metro nella zona di Chiaia, sia a causa di infiltrazioni non controllate di acque piovane (così sembra).

Inoltre, l’etimo dell’area chiamata genericamente “Chiatamone”, deriva proprio da “platamon”, ossia “rupe scavata da rocce”, per la presenza di molte cavità nel sottosuolo, come sono presenti a Pizzofalcone, di cui s’è sempre saputo dei caratteri geomorfologici, che caratterizzano la sua stratificazione, di vuoti e di pieni, con visioni affascinanti per chi li visita e nello stesso tempo di attenta circospezione per la loro instabilità. Tanto che per realizzare una piazzola belvedere sul “pizzo” dell’affaccio a mare, destinato soltanto percorsi pedonali in prossimità dello sbocco degli ascensori, occorre provvedere ad un progetto dell’intera area per il consolidamento del terreno per rispondere (giustamente) anche a rigide prescrizioni antisismiche: gli eventi del terremoto di poco più di trent’anni fa hanno fissato norme inviolabili negli interventi su tutto il territorio di Napoli.

Rendering del progetto del compianto Benedetto Gravagnuolo, scomparso di recente, disegno non invasivo e di grande leggerezza che però richiede comunque un consolidamento del terreno su cui insiste

Allora, in “tempi non sospetti”, ovvero nel pizzofalcone n.01.2016, è stata perciò introdotta, per Napoli, la definizione di “città assorbente”: ora se ne anticipano alcuni aspetti tecnici, che sono prioritari e determinanti per ogni analisi preventiva di studi e quando si parla di Pizzofalcone. Pertanto, “la città assorbente”, se è metafora dei percorsi che si inseriscono nella città, “i pozzi” – ascensori, le funicolari, i vicoli e i loro scorci, questa sua definizione ha anche valenza strutturale: soprattutto nell’insorgenza di onde sismiche. Che, vale osservare, in presenza di fessurazioni causate da infiltrazioni incontrollate di acque sorgive e/o di origine non accertabili (non solo quelle meteoriche) che provocano lesioni anche impercettibili, le scosse telluriche diventano disastrose, tanto più se interessano materiali solidi ma non interamente omogenei. E a Pizzofalcone, si denunciano da sempre infiltrazioni incontrollate di rivoli d’acqua: si è già scritto (pizzofalcone n.01.2016) delle diffuse tracce di acque nell’ascensore di Largo Nunziatella (chiuso da una cinquantina d’anni).                                                            

Il sisma, quando si verifica, è ammortizzato dalle copresenze di cavità e di materiali di natura geologica compatta, ma è devastante se interessa fessurazioni, seppur impercettibili, che interrompono le “reazioni di resistenza”, in specie se interessano materiali omogenei (determinano slittamenti fra parti diverse e contigue nonché fratture alle quali seguono cedimenti e frane).

L’instabilità del terreno, come si descriverà in seguito, ha provocato, anche in questa estremità di Pizzofalcone, dissesti e frane, dovute a movimenti tellurici che si sono manifestati fin dal 1600, ai quali più volte gli Ingegneri militari dovevano provvedere con opere strutturali di una certa importanza.  Riprendendo però la relazione del nostro viaggiatore Lope de Guzman, quando accenna invece al degrado igienico del versante dove si addensano le costruzioni di quel tempo, alcuni spunti che le avvalorano, vengono dal “combinato disposto” di notizie storiche e di valutazioni urbanistiche insieme.

Planimetria del “pizzo” di Pizzofalcone dove si riscontrano la presenza dei quartieri militari e, all’angolo di Chiatamone e S. Lucia nella parte bassa del disegno, la sede di Panatica a S.Lucia

Nel suo tomo, Renata Pilati cita la chiusura del Battaglione Real Ferdinando e il trasferimento dei Cadetti della Reale Accademia di Artiglieria (n.d.r.: e del Corpo degli Ingegneri) dalla sede di Panatica a S. Lucia a quella della Nunziatella per costituire la nuova Real Accademia (come si vede, quando si parla di Pizzofalcone troviamo sempre il prezzemolo del Rosso Maniero!), documentando questo trasferimento, fra i diversi motivi accertati riferisce che oltre alla maggiore disponibilità delle superfici necessarie per l’attività di oltre 200 giovani (e non c’erano le ASL….) e all’opportunità di allontanarli dal contatto troppo diretto con la vita della città vicino al mare che induceva a distrazioni non auspicabili né tanto meno consentite, riporta anche “due richieste di esonero di date diverse: la prima di Giacomo Lozza e la seconda di Carlo Alvarez Lobo. Al Lozza da due mesi in Accademia molestato da Febre cotidiana al quale, secondo i medici, l’aere (..….) è totalmente contraria fu accordato il permesso di lasciare l’istituto il 2 gennaio ’87; all’Alvarez Lobo, cui l’aria di d.to luogo (…..) è nociva alla salute, il 2 luglio sempre dell’87”. Furono questi motivi di scegliere la collina, circondata da un ampio giardino, fornita di acqua, rallegrata da un ameno e ridente paesaggio degradante sul golfo”.

In un’altra esposizione si descriveranno opere realizzate e progetti, anche di epoca recente (1929-30), rivolti al risanamento non solo strutturale ma anche ambientale e igienico dell’area, a partire dal versante sud verso Piazza Plebiscito, in particolare dalla zona del Pallonetto, perfino sconvolgendo tutta l’area, nelle intenzioni non seguite da alcuna opera, fino al belvedere a picco su Santa Lucia e, totalizzante, fino alla demolizione della Caserma Bixio: ancora oggi un tema ricorrente per molti.

Vedremo altri angoli di Pizzofalcone. Dopo quelli in superficie, quelli del sottosuolo di Pizzofalcone nella Napoli sotterranea.

A presto.

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