di Nunzio Seminara
No, non è un film.
Cioè, “Tamburi lontani” fu negli effetti il titolo di un film di tanti anni fa (1951), dove il leggendario Gary Cooper accattivò gli spettatori di tutto, o quasi …., il mondo che andava nei cinema a passare minuti di relax per assistere alle solite vicende western fra yankee e pellerossa.
Insomma, fatti di pistolettate, di sangue e di macabre scene di coccodrilli che si cibavano di uomini.
Alla fine, tanto per cambiare, Gary e Judy la partner Mari Aldon) vissero felici e contenti.
In verità altri “Tamburi” furono proiettati sei- anni dopo, però esplicitamente divennero “di guerra”.
Sempre western, sempre con scontri fra yankee ed etnie miste, anche messicane, con il protagonista un altro baluardo delle “americanate western” di quei tempi, Lex Barker, che non era proprio yankee ma un “nativo”, sangue misto cioé, che, anche lui, visse felice e contento con la sua Joan (l’attrice Joan Taylor).
Ari-cioé, la parola “Tamburi”, che evoca fatti di scontri armati, è qui riportata per sottolineare il rullio assordante dei suoni che anticipano, accompagnano incessantemente scene guerresche.
Vicini. Perché vicini.

Perché parlano, diciamo così, fatti ai quali as/sistiamo da svariati lustri, nelle cronache di questo ombelico del mondo, l’Europa e/o l’Occidente cosidetto.
Facile descrivere le atrocità del mondo nei conflitti che lo sommergono.
Da sempre nella Storia.
Difficile è cercare di rappresentare una visione degli avvenimenti e delle ragioni non condizionati dalle proprie idee.
Perchè si vuole tentare di essere il più possibile obiettivi, senza scivolare e quindi cadere nelle scelte partigiane.
Restiamo allora vicini.
Questo giornale, pizzofalcone.it, nasce idealmente a Napoli, sul Monte Echia, ispirato dalla antica “Accademia Militare” dei Borbone, che la fondarono (Ferdinando IV), nel 1787.
E la Storia che narra il primo secolo della sua vita, si svolge in vicende guerresche assai simili agli eventi tragici e disumani ai quali assistiamo ogni giorno. Meglio, ogni ora dopo l’altra.
Pochi spunti.
Dal 1799, quei 100 giorni lontani che alla città di Napoli ed ai “nunziatelli” sono sempre ricordati, quando òa “rivoluzione Repubblicana” voleva scalzare il Regno borbonico.
Pagine di atrocità e di confusioni politiche che la penna di Pietro Colletta, Allievo dei primi anni nella Accademia, di poi Generale borbonico e quindi storico di grande rilievo di quel tempo, Nella sua “Storia del Reame di Napoli” (Grimaldi & C. editori), con semplice crudezza, “semplice” perché senza fronzoli retorici che attenuassero le spigolosità degli accadimenti, riporta le inevitabili asperità che immergono gli aneliti di “libertà ed uguaglianza“, dall’eco della storia francese di quegli ultimi anni del secolo nelle acque del Golfo rossastro per il sangue delle le scorribande dei Lazzari del Cardinale Ruffo di Calabria (un prelato senza ordini sacerdotali, calabrese di Bagnara, un “bagnarota“), affiancati con distacco non proprio dissenziente delle milizie francesi, venute in soccorso del fuggiasco Re Borbone, che da Palermo aspettava di rientrare nella Reggia.
Analisi “crude“. quegli aneliti non potevano sublimarsi vittoriosi se il tempo a disposizione per la maturazione politico-amministrativa, per onesta che fosse la sua genesi, non potè essere concepita dal “popolo“, da troppo era troppo asservito a “privilegi, servitù domestica, vassallaggio ed altre innumerevoli difformità sociali“. Se “aveva la Francia operato il rivolgimento Napoli l’aveva patito”.
Nella efficacia della sintesi narrativa, “il passaggio tra gli estremi di monarchia dispotica e repubblica, era stato in Francia opera di tre anni, in Napoli di un giorno“.
Facendo una analisi comparata, non proprio avventatamente, quella decina d’anni che aveva forgiato più o meno la struttura statuale francese, tra l’altro con Storia secolare della identità consolidata di Nazione, potrebbe senza troppa fantasia, associarsi al panorama dei Paesi interessati alle conflagrazioni che si svolgono da poco più di un secolo fra Nazioni che cercano equilibri politico-amministrativi fra le diversità delle ideologie preminenti, assolutiste e/o “democraticamente non ancora e non sempre accertate” e Stati-non Nazioni, distinti geograficamente da confini recenti, disegnati sulle mappe e non seguenfo le caratteristiche di un territorio, che, oggi più di un millennio fa, delineano variegate etnie e da multiformi apologie religiose.
Tanto per quel che riguarda il concentrato delle acrimonie fra Paesi e popoli. Europa, per itenderci la vasta area fra l’Atlantico, il Mediterraneo e gli Urali, ma anche lo “scampolo” determinante degli U.S.A., nonché i territori che circondano questo cosidetto “Occidente”, tutti coinvolti nel contenzioso di quello che fu detto “Secolo Breve“, ma che adesso proprio breve non è.
Mentre i focolai di guerra che accendono azioni militari in diverse zone dei conflitti, si sono già svolte intorno al Pizzofalcone.
“Intorno“, nei teatri dove gli scontri armati che si sono succeduti nella Storia del Regno dei Borboni.
Fra tutti, valga menzionare l’estrema difesa di Gaeta, che storici ed osservatori stranieri presenti ricordano come quella fortezza fosse impregnata del sangue degli assediati dopo l’assedio da parte dei piemontesi, dal novembre del 1860 al 13 febbraio 1861, quando, a capitolazione già stabilita, quasi come consuetudine impartita da chi decide le sorti delle guerre, militari o politici, persino nell’ultimo tempo della riflessione di chi sa che a breve dovrà deporre le armi per accordi decisi e dei quali era stata già stabilito l’atto formale della sottoscrizione, si richiede un’ultima pietosa tregua di poche ore.
La risposta fu la bombarda che devasta una zona della roccaforte, la “Batteria Transilvania” e con essa gli umili sventurati difensori.
A Pizzofalcone, nella Storia degli Ex Allievi della Reale Accademia, oggi la Nunziatella, se si ricorda con onore misto ad orgoglio l’ultimo caduto in quel boato, l’Allievo sedicenne Carlo Giordano che da Napoli fuggì per seguire il suo Sovrano nell’ultima difesa del Regno, fa più “rumore” dello scoppio il “ticchettìo del telegramma” trasmesso in francese da Torino che ribadiva al Generale Cialdini, menzionato più volte nelle cronache militari come “bombarolo“, certamente per vocazione, di insistere a cannoneggiare, “perché il rombo serve per insistere“. Persino quando alle ore 5 della sera era stato già diramato il dispaccio della capitolazione! (vv. articolo del Prof. Angelo De Santis, da “Economia Pontina”, bollettino della Camera di Commercio di Latina, anno 1962).
Se non sbaglio, assistiamo ancora oggi, all’insistenza fino in fondo, senza tregua, senza sconti di vite umane. Qualsiasi pietas è materia di rivalse e di battaglie religiose, politiche ed ideologiche.
Ci sorprendiamo, ancora oggi, e ci indigniamo.
Chissà se finirà, almeno così vaneggiamo, la “consuetudine all’insistenza fino all’ultimo respiro delle armi”, quando nel fragore delle artiglierie, il destino è segnato da percorsi che non sempre seguono, non possono seguire, così ci racconta la Storia, i ragionamenti sul sofà.
Ma che purtroppo, da quando le guerre si svolgono nelle città e nei territori con popolazioni civili sparse, cioè da circa un secolo, la logica del decisore, politico o militare, “non fa sconti” alle popolazioni inermi, che diventano tra l’altro ostaggi non casuali.
Anzi a volte, spesso, le morti innocenti sollecitano la fine delle ostilità.
E l’inizio di nuovi rancori.
Che aprono nuove strade a nuovi conflitti.
n.s.
E, riprendendo il lessico cinematografico, non è vero che “Domani è un altro giorno”, perché sarà lo stesso di ieri, di oggi e di domani, purtroppo.