…. di quel giorno maledetto
di Nunzio Seminara
No, non sono barattoli.
La foto trasmessa dal whatsapp, ingrandita, rivela che si trattava di bicchieri di carta, non erano barattoli di vetro.
Due amici, serenamente in un dopo-pasto, sul grande balcone di casa che si affaccia sulla campagna, sembrano guardare in direzioni diverse, uno, con l’accenno di un sorriso e di un gesto “che fai?” verso il telefonino che riprende l’immagine, l’altro, assorto, che mira la parete poco più in là.
Niente da esaltare.
Ma su quel tavolo, dove forse si era consumato un pasto fra amici, con ancora la tovaglia di plastica a fiori, primeggia al centro di quel che rimane in un contenitore di bicchieri bianchi di plastica.
L’immagina ingrandita rileva che non si trattava di barattolini, uno dentro l’altro a prima vista.
E scatta l’altra immagine dentro di me.
L’avevo vista in quelle tragedie rivissute per me nel libro di un inviato di guerra, che aveva il sangue di quei soggetti della foto e mio. Stessa “Mamma”, così diciamo noi “nunziatelli”, raffigurando a chi ascolta la “Nunziatella”. Ma stride il confronto dello “scatto” dell’immagine dentro di me con la cornice del whatsapp con la veranda della foto ed il silenzio pomeridiano intorno a me.
Avevo appena finito di scrivere sui “Tamburi lontani, anzi, vicini” per parlare di Storia e di finte storie in celluloide. M’ero imbattuto fra gli scaffali zeppi di testi a me cari per cercare di raccontare qualcosa in più su quei “Tamburi”, di guerre lontane ma che sono gli stessi di quelle vicine, di oggi.
Speravo in qualche spunto dalle parole di “l’ombra del mondo ”, raccolta di spezzoni di vita in frontiera di un radioreporter della Rai-TV. Antonio Affaitati. Anche lui Ex Allievo a Napoli, nel Pizzofalcone della Nunziatella. Come il fratello ed il cugino, stesso cognome, ed anche stesso nome, Pietro.

l’ombra del mondo
Non conoscevo Antonio. Seppi di lui a fine 2004. La malattia, forse presa fra gli scoppi di granate, gli aveva asciugato le parole. Era il 15 aprile, 2005.
Il giorno dopo, il funerale celebrato nella sede di Saxa Rubra. Tempio della Rai-TV. Per me un ricordo indelebile. Ero affezionatissimo alla sua voce, tenebrosa, scarna, sembrava serena parlando per noi di drammi e di umiliazioni di disperati.
Era un appuntamento quotidiano, seduto con la tazza di tè e la filodiffusione accesa.
Perché queste parole.
Che mentre la vita ci trascinava fuori dai pensieri per entrare nella concitazione del lavoro, degli impegni personali di tutti i giorni, degli affetti, delle storie nelle cronache cittadine, come si diceva “nei vortici della vita moderna”, c’era chi viveva ore, minuti, settimane, lontano dal mondo che viviamo e vive dentro le guerre lontane senza sparare ma come bersaglio, per raccontarlo a noi, per cercare di farci pensare.
Ma poi chiudiamo la filodiffusione, riprendiamo i ritmi del quotidiano, ci tuffiamo nei “vortici” e…..dimentichiamo.
Poi, qualche nòva ci riporta a pensare. Ma per poco.
Marie, come Antonio, faceva quel mestiere. Riprendeva con la sua macchina fotografica scene dei teatri di morti legali nella sua Cecenia.
Quel giorno volle seguire un insegnante, un Maestro, …., con il quale Antonio e lei si erano più volte trattenuti, per sfogarsi, l’insegnante, per sapere e per sapere e per sapere, sempre di più Antonio, come chi fa quel mestiere, che se nasce per la curiosità e per muovere i primi passi in una professione, diciamolo pure, misteriosa e affascinante, man mano che si svolge nelle vicende umane del mondo diventa un virus. Che non si riesce più a sedare.
Seguì “il Maestro” che imbracciava il kakashnikov. Marie sapeva dove andava con il gruppo armato.
Aveva con sé la fida macchina con l’obiettivo pronto a riprendere quelle tragedie della sua terra.
Quelle riprese rimasero nella scatola nera, chissà dove.
Le granate fecero saltare tutta quella pattuglia sulla sabbia.
Rimase a terra fin quando il sangue, tutto il sangue impoverì le vene.
Marie portava sempre con sé un piccolo barattolo con dentro i fiori secchi di quella terra. Era una sua abitudine. In ogni paese ne raccoglieva. “A casa, quando tornerò, rivedendoli mi ricorderò di quei posti, del loro odore, dei loro colori, delle loro forme”.
Quando Antonio scriveva, quel barattolo che Marie gli aveva affidato, l’aveva portato in Italia.
A casa, l’aveva custodito nella camera della figlia, per ricordarsi sempre di quel giorno, di quando Antonio ha maledetto il suo lavoro.
Non ci fu, non c’è una sola Marie. E di Antonio, ce ne furono tanti. E ce ne sono.
Accensiamo le TV, sfogliamo distrattamente i giornali, ascoltiamo i reportages. Poi niente.
N.S.