GRANDE E’ LA GUERRA

 

Dal Piave all’Isonzo

 

di Nunzio Seminara

 

………..già, “Grande”, perché quella che fu una guerra “europea”, quando l’Europa era tutto il mondo della civiltà di cent’anni fa, e divenne in effetti “grande” non solo per il numero dei morti, qualcosa come circa 20 milioni di vittime, senza contare le mutilazioni e gli effetti che ebbero le follie dei feriti. Il computo è ancora abbastanza fluttuante per le ripercussioni che ebbe in tutti i Paesi coinvolti, da quelli europei a quelli in un qualche modo ad essi collegati e provenienti dai vari continenti, dall’Asia, all’Australia, alla Nuova Zelanda, all’Africa, all’America.

Numero enorme, quasi ripartito al 50% fra militari e civili, dove, naturalmente, le popolazioni civili furono in grande prevalenza nei territori europei.

 

Ma occorre fare una mozione d’ordine sulla Storia, quando i conti che presenta, numeri e fatti che la scansionano, sono variabili non sempre occasionali, quando il cuci e scuci delle descrizioni si svolge nel copia e incolla di chi scrive, e soprattutto di chi legge senza pensare e poi ripete e diffonde, spesso alterando a dismisura la Storia vera.

 

..ché la Storia va narrata, e come sempre la narrazione ha occhi che risentono di altre storie, che a loro volta hanno nel loro interno altre narrazioni. In breve, tornando al nostro tema, la guerra, come sempre si dice, la fanno i vincitori, la subiscono i vinti, ad uso e consumo dei posteri. Distratti, disattenti, incolpevoli. O colpevoli. Così nasce la Storia. Che tante volte, quasi sempre, non è vera.

Che proprio non lo sia e che nella evoluzione del tempo le narrazioni degli storici possono essere confutate, lo afferma Paolo Mieli nel suo ultimo e recentissimo saggio “IN GUERRA CON IL PASSATO” (ed. Rizzoli, ottobre 2016).

Ma se fossero anche sue “Le falsificazioni della Storia”?

 

 

La carrellata di Mieli, a partire dalle citazioni su Mosé passando per Carlo Magno e Napoleone fino ai giorni nostri , veloce e senza tregua di fatti, di nomi, di avvenimenti, conclamati e confutati, si sussegue senza respiro.

Si scoprono leggende, alterazioni cioè di fatti delle storie tramandate, per iscritto o, a voce, di bocca in bocca, che si rivelano falsate da interpretazioni faziose, tendenti ad esaltare ad esempio martiri di religioni e non eroi militari. O viceversa. O tutt’e due?

Non solo per le missioni fuori area di questi tempi.

Le vicende di Otranto del 14 agosto 1480 ne sono un esempio illuminante: gli uccisi dai turchi non furono martiri della fede cristiana, così è stato affermato da notizie contro-storiche (“contro” perché diverse ricerche ne hanno confutato altre, addirittura nei secoli a venire….!), ma difensori della volontà di non arrendersi. Ecco che una ragione “politicamente corretta”, aveva amplificato interpretazioni e altari di incensi per uso un po’ distratto, si può dire?, della storia.

Tanto per quei fatti, almeno fino ad oggi. Poi, chissà!

 

Tornando però alle “disarticolazioni” dei fatti della storia in generale, non ultima quella propriamente militare, laddove i fatti sono quasi cronaca, si prenda un esempio illuminante, ripreso da un testo di provenienza certamente attendibile.

Trattasi di una raccolta di “MEMORIE STORICHE MILITARI”, edita nel 1983 dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito. Provenienza inconfutabile.

 

 

 

L’autore di uno dei saggi, il Col. Arturo Marcheggiano, nel ricordo affettuoso del prozio Ulisse Olivo, armatore veneziano, parla delle vicende che lo ebbero come uno dei protagonisti appassionati della rivoluzione di Venezia del 1848 – 49.

 

Il saggio fa accenno alla presenza, fra tanti altri spiriti patrioti provenienti dalle province dell’Italia centrale, di volontari toscani, in prevalenza studenti, che risposero entusiasti al richiamo di Daniele Manin per accorrere alla liberazione di Venezia.

 

 

Si accenna, in evidenza, alla presenza di milizie borboniche guidate dal Generale Guglielmo Pepe. Invero, non proprio con un accenno esaltante, come se fossero una sorta di armata disinvolta e perditempo, “alla napoletana”, espressione in voga da parecchio, forse dal tempo di quei fatti di oltre 150 anni fa, come per lo stesso tempo del saggio di oltre un secolo dopo, cioè del 1983.

.”alla napoletana”: ovvero quell’ armata imbarcatasi in ritardo, il 4 maggio dopo che il 7 aprile era stata dichiarata la guerra all’Austria dal Ferdinando II di Borbone. Senza considerare, come lo storico dovrebbe fare, che in quei giorni il Re Borbone aveva qualche gatta da pelare con i suoi rivoltosi siciliani e la spedizione doveva gironzolare nel mediterraneo partendo da Napoli e arrivare dalle parti di Ravenna lungo l’Adriatico. Metà in discesa e metà in salita, in un mare che forse, non sempre, è di acque chete. O no?

Poi, in una nota in fondo alla stessa pagina, e ricordiamo che le note abbastanza spesso sfuggono al lettore, si afferma che proprio quelle milizie, il 10 Reggimento degli “Abruzzi” comandato da un Colonnello, Giovanni Rodriguez, furono protagoniste a Curtatone e Montanara, e proprio non furono gli studenti toscani che invece la Storia conclamata divulga. Protagoniste “alla napoletana”? Allora funzionavano!

 

 

E ancora, quel colonnello Rodriguez è citato in un testo assai importante, “NOMI E VOLTI DI UN ESERCITO DIMENTICATO”, di Roberto Maria Selvaggi (Grimaldi Editori, Napoli 1990) corposa raccolta di storie dei militari borbonici, utilissima per riempire i vuoti che la Storia dei vincitori, i “piemontesi”, non hanno tramandato con dovizia a noi posteri per forza di cose, quelle di chi vince per l’appunto.

Questo stesso tomo, ricchissimo di descrizioni e di nomi illustri, ogni tanto si flette alle ragioni di parte, cioè quella borbonica, evitando di citare importanti militari napoletani, perché, così non si può non desumere, fosse per l’autore di una sì, pregevole, ma anche di una incompleta raccolta di soldati del Re Ferdinando II.

Soldati che non proprio sotto-sotto sono ritenuti “traditori” della Napoli dei Borbone. Chissà quanti altri ne furono in quella “sporca pattuglia” della Storia Napoletana da “curva sud” che si vuol cancellare.

Lo stesso Guglielmo Pepe ed il fratello Florestano, che al seguito di Napoleone si fece onore in Russia, gli altri fratelli Carlo e Luigi Mezzacapo, fondatori, con i piemontesi, della Biblioteca storica e della Rivista Militare dell’Esercito Italiano, il ben noto Carlo Pisacane, reo di aver tradito il suo Re, ed Enrico Cosenz, tutti Ex Allievi della Nunziatella, che poi comunque emergono con grande risonanza nella Storia Patria. E tanti altri. Ma dovevano essere “volti e nomi” di quell’Esercito dimenticato? Se non sono stati ricordati, allora sono stati dimenticati due volte. O no?

 

Foto ripresa da

NOMI E VOLTI DI UN ESERCITO DIMENTICATO”

 

 

Il “volto e il nome dimenticato” del Generale Guglielmo Pepe

 

E, a proposito del dimenticato Enrico Cosenz, già eroe a Venezia con Guglielmo Pepe e Ministro della Guerra con Garibaldi, divenne nel 1882 Primo Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano fino al 1993.

Il Generale Enrico Cosenz

 

E che dire di Pietro Colletta, il famoso autore di “Storia del Reame di Napoli dal 1734 al 1825”,testo obbligato per tutti gli storici dei Borbone, anche lui un altro della schiera di Ex Allievi della Nunziatella dimenticati fra i dimenticati, Generale con Re Ferdinando II, dal quale però si affranca, perché non solo deluso dopo il 1821 per la sua Costituzione violata, ma perché forse altre motivazioni lo spingerannoal distacco dal suo Re. Se ne riparlerà.

Ultima chicca di queste spigolature. Domenico Primerano,anche lui un nunziatello. Divenne, dopo Cosenz, il secondo Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, dal 1893 al 1896, quando fu assorbito dalle confuse ingerenze della politica nella rovinosa vicenda di Adua del 1896 quando, come sempre, è il politico che influì nelle procedure e negli effetti a seguire, quel Francesco Crispi che ne uscì quasi sfiorato, a differenza del Primerano. Il Barone Roberto Maria Selvaggi lo ricorda però come ”primo”, e non “secondo” Capo dell’Esercito Italiano, scavalcando a piè pari il Cosenz che invece fu il Primo. Chissà quali forti riserve avesse verso questi! Già, prima restò a Venezia per combattere per la libertà dei veneziani, poi seguì Garibaldi fino a diventare suo Ministro della Guerra.

Ma non solo, cioè due anni dopo la precedente raccolta dei volti “dimenticati” dell’Esercito Borbone, l’Associazione Ex Allievi della Nunziatella cura una pubblicazione sulla storia del trasferimento dell’Istituto da Napoli a Maddaloni negli anni 1855 – 1859, decretato da Re Ferdinando II per allontanare dalla Capitale, e quindi dagli spiriti ribelli che già si annidavano nella prediletta “Real Accademia”. La corposa e pregevole raccolta di notizie comprende l’elenco degli Allievi trasferiti nella nuova sede. Fra questi è menzionato Domenico Primerano, ma il suo futuro curriculum viene tagliato anche del “primo” posto attribuitogli nella massima carica dell’Esercito Italiano, com’è riportato nel tomo che raccoglie “i volti e i nomi dimenticati” dell’esercito borbonico: Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, ma stavolta senza l’attribuzione dell’ordine cronologico dell’incarico. In verità, sembrerebbe che vi fu un vero “compromesso storico”, in quanto il testo fu redatto a due mani, dallo stesso Barone Roberto Maria Selvaggi e dall’Ex Allievo Giuseppe Catenacci, eminente studioso del Rosso Maniero, che non avrebbe potuto, nella sua corretta puntualità, attestare la carica di Primo Capo di Stato Maggiore come il Selvaggi aveva scritto due anni prima, dato che Primus era stato Enrico Cosenz. Quel compromesso, “storico” non a caso, eliminò, “politicamente” l’avvicendamento persino cronologico. Né primo, né secondo. La verità delle informazioni del Selvaggi, almeno i quelle citazioni. fu “falsificata”, come scriverebbe Paolo Mieli.

Ma trattasi di una pratica ricorrente per chi scrive di Storia.

Questa lunga premessa alle note che seguiranno sulla Grande Guerra, è doverosa: non può non trasmettere, a chi cerca la verità dei fatti, un senso di sfiducia verso tutte le storie che vengono tramandate. La Storia, maiuscola, è prima di tutto verità di argomenti, date, vicende. Vengano pure le interpretazioni più varie. Ma modificare le premesse dei dati inoppugnabili e documentati, mortifica gli studiosi e determina contorsionismi che non fanno bene all’onestà della cultura.

 

Ritornando al saggio di Mieli, nel retrocopertina c’è scritto:

E’ possibile proteggere i fatti dall’uso politico della memoria?”

Ebbene, è possibile. Basta leggere bene le fonti, confrontarle con onestà e porle in evidenza ai lettori distratti. Poi va bene offrirne le proprie valutazioni. Ma dopo lo scandaglio attento e scrupoloso delle ricerche effettuate. Come appena riportato.

 

E ancora:

Il passato viene spesso smontato, semplificato, piegato per adattarlo alle esigenze del presente. Ma la storia non deve offrire forza, retroterra, dignità alle contese dell’oggi”.

 

Come avviene, ancora cent’anni dopo, se si parla della GRANDE GUERRA: per il numero dei morti, delle nazioni coinvolte e per gli effetti che produsse.

Ed anche per le numerose manipolazioni.

Intanto lo stesso Mieli, in RAI – Storia, 24 gennaio 2015, nel coordinare la puntata su Caporetto, afferma qualcosa che non corrisponde proprio alle stesse citazioni che vengono fatte. Infatti, queste sono riprese da un dettagliato diario quei giorni vissuti nello staff di Luigi Cadorna, il Capo di Stato Maggiore, il Colonnello Angelo Gatti(CAPORETTO”, di, Ed. il Mulino, 1994).

Carlo Lucarelli, il giornalista che espone le vicende cruciali di Caporetto, riferisce che il Gatti afferma che la sera del 24 ottobre 1917, quasi 24 ore dopo l’inizio dell’offensiva austrungarica, negli uffici del Comando Supremo, che si trovava a Udine non lontano dallo schieramento dell’Esercito, sembrava che la situazione fosse tranquilla, tanto che dopo cena andò al cinema. Solo al suo rientro, poco dopo le 22,00 seppe che il fronte, anzi, “la fronte”, come veniva tecnicamente chiamato, era stato superato dal nemico.

Ma Paolo Mieli e Carlo Lucarelli non hanno letto che alcune ore prima, circa le 16,00, come riportato nello stesso libro di Gatti, un altro ufficiale dello staff, il Colonnello Lorenzo Penna, rientrato da un’ispezione al fronte dopo quella eseguita il giorno precedente, riferiva che “…le linee non sono in stato perfetto….Ma dalle nostre trincee non si vede nulla di quanto il nemico fa: non si vedono né soldati, né elmi a chiodo, nulla.….”.

Circa un’ora dopo, il Col. Gabba, Capo Ufficio di Cadorna, affermava che “….anche il Gen. Badoglio che è lì sul posto con il XXVII Corpo (: d’Armata), ha la sensazione da tutto questo tempo che di fronte a lui non ci siano grandi preparativi nemici. ….”: di queste informazioni erano a conoscenza sia il “Capo”, Cadorna, sia Capello, Comandante della II Armata, il quale, dai fatti del Sabotino dell’anno prima, era, di Badoglio, un convinto mentore ante litteram.

Tutto descritto in quel diario dal quale però era stata estrapolata solo una delle informazioni. Quella che, guarda caso, devia l’attenzione dell’ascoltatore, e di conseguenza ammaestra la sua opinione verso la convinzione che lo Stato Maggiore dell’Esercito, e perciò al primo posto il Generale Cadorna, fossero tranquilli e distanti dalle bombe e dagli assalti austriaco-germanici che da quasi 20 ore già dilagavano a Caporetto.

Ricordiamo che in quei momenti, prima della sorpresa del “dopo- cinema” di Gatti, erano già trascorse 15 ore dall’attacco austriaco delle ore 02,00 verso la Conca di Plezo, preannunciato minuziosamente da due disertori rumeni qualche giorno prima, ma fin da settembre alcune informazioni filtravano dalle linee austriache, e così effettivamente avveniva ed era ancora in corso.

Sempre, in tutte le guerre, è certamente vero per chi ha la responsabilità “della fronte”, se le informazioni non sono accertate inoppugnabilmente, la voce di un disertore può essere un diversivo. Come ogni vicenda militare insegna.

Non a caso “i servizi” sono indispensabili per i comandi militari.

Allora quello che si desume dalla “narrazione” di RAI – Storia,che legge una parte di una testimonianza, è che i Comandi militari erano inefficenti. Per non dire incapaci, o quasi. E, senza equivoci, si induce a pensare che il Capo Supremo fosse “il”colpevole.

Questo diffonde la Storia di certi storici.

 

Il Gen. Luigi Cadorna

 

Poi, della quaestio badogliana che da sempre incombe su quei giorni non mancheranno altri interrogativi e altrettante risposte che si documenteranno.

Vale però chiedersi, chi affollava l’ “ufficio situazione”, cioè quello dei “servizi” di allora, che doveva informare e assistere nelle sue decisioni questo scorbutico e coriaceo “Capo”, il discusso Cadorna ?

Buio di notizie? Solo problemi di cavi telefonici interrotti dalle bombarde?

Ma il Penna, che faceva parte di quell’ufficio, non era andato “alla fronte” per informarsi per poi informare, oppure, come sarebbe meglio dire, dov’era stata la sua frontesu quel fronte?

E di quel diario se ne riparlerà per altri usi che altre fonti useranno a proprio uso e costume.

Proprio come Paolo Mieli ricorda nella copertina del suo libro, “ Il passato viene spesso smontato, semplificato, piegato per adattarlo alle esigenze del presente….”

 

Nel “VOLUME IV – Le operazioni del 1917 (Tomo 3°), da L’ESERCITO ITALIANO NELLA GRANDE GUERRA – 1915-1918, Roma, 1967”, risulta che il Gen. Badoglio alle 15,00 si “ri-presentò” al suo posto di Comando (n.d.r.: vi fu una parentesi assai controversa sulla sua assenza di molte ore della quale si approfondirà in seguito). Si trovava sul Globocak, vetta che era prevalente nell’area di quei combattimenti, e con messaggio N. 1920, il primo dopo un silenzio assordante di un Comandante quando da 13 ore infuriavano un po’ di “botti”, assordanti!, notificava, al Comando d’Armata (Gen. Capello) “….che il nemico ha sfondato il costone di Cemponi….” e col successivo messaggio, il n. 1923, notificava, sempre allo stesso Comando, “….Mi risulta che il nemico ha sfondato in direzione di C. Gance.…”

 

Il Gen. Luigi Capello

 

Invece poco dopo un’ora, il Penna riferiva che “non si vede nulla di quanto il nemico fa: non si vedono né soldati, né elmi a chiodo, nulla.….”.

Poi dicono che “i servizi” di oggi…… E pensare che il Colonnello Penna fece parte del S.I.M., il Servizio Informazioni Militari, proprio quale esperto in gas, e per l’appunto nella notte fra il 23 ed il 24 ottobre, i gas furono, insieme ai tiri di artiglieria, un’arma determinante per lo sfondamento di quella pate “della” fronte.

Ma non solo: sempre secondo lo stesso testo redatto nel 1967 dallo Stato Maggiore Esercito, tanto per allargare lo sguardo su Badoglio, una decina di giorni dopo quel triste 24 ottobre del ’17, il 4 novembre, il Comandante della 3^ Armata, “l’Invitta”, S.A.R. Emanuele Filiberto di Savoia, ripensando ai giorni di Caporetto, riflettendo evidentemente sulla sicurezza della sua Armata nel collegamento con la 2^ Armata (Capello) durante la fase delicatissima del ripiegamento verso il Piave, inviava il fonogramma:

 

Stavolta non si trattava di informazioni dei “servizi”. Né di servizi giornalistici: la parola del “Duca della Vittoria” era molto autorevole e non scritta a caso, dopo 10 giorni da quei fatti!

 

Ma il libro di Gatti costituisce un riferimento assai importante nella premessa della recente ed importantissima riedizione “Dall’Isonzo al Piave”, la riproposta dei fatti di Caporetto che segue quella della prima edizione del 1919 redatta dalla Commissione d’inchiesta istituita fin dal gennaio 1918, questa volta edita dall’Ufficio Storico dell’Esercito nel 2013 e distribuita da Rodrigo Editore.

 

Il Gen. Pietro Badoglio

 

Il grandangolo su quel pezzo di Storia è ancora aperto. Non possono archiviarsi le contraddizioni di quei giorni che ancora dopo cent’anni ritornano.

 

Di quei giorni, Paolo Mieli non ha fatto alcun cenno nel saggio che fa da guida agli spunti qui trattati, dove si legge “…Ma la storia non deve offrire forza, retroterra, dignità alle contese dell’oggi…”

Forse per questo varrà la pena tornare su quei passi, percorsi e ripercorsi da molti commentatori di questi primi cent’anni, nella stessa direzione, ma in verso contrario.

Dal Piave all’Isonzo.

 

Alla prossima.