Ovvero
le vie dell’ARCHITETTURA
di Nunzio Seminara
Brunico, alcuni anni fa. Veramente, ora che ci penso, sono passati quarant’anni……
Percorrevo la “Via Principale”. Continuità di piccoli fabbricati di tre piani in entrambi i lati. Tetti a falde, finestre quasi tutte ornate con grafici degli stili locali, tirolesi, inghirlandate da fioriere ricche di fiori multicolori. Paesaggio delle città che si sparge, come una pennellata, nel territorio circostante. Fuori città.
Finché m’imbatto in un enorme quadro sulla via. Grande come una delle costruzioni che si allineavano “in via”. In vetta, come gli altri profili della strada, la cuspide delle falde di un tetto. Un grande quadro delle avanguardie della Bauhaus. Così, a prima vista.
Scatto non una, ma, si fa per dire…!, cento e cento foto. Attraverso la grande vetrata e continuo a fotografare. Chiedo in giro chi fosse quel Pittore-Architetto, o viceversa……, del prospetto su strada.
Guglielmo, cioè Willy, mi dissero in giro. Così era nominato. Guglielmo, o meglio Willy Gutweniger, deceduto da qualche anno in età avanzatissima. Passava spesso da quelle parti, negli anni sessanta, dopo la realizzazione del suo progetto.
Passano gli anni. Perdo la macchina fotografica, ché allora quello c’era per scattare immagini. Ma poche settimane fa trovo nell’archivio di “antiche riviste” di Architettura quelle immagini di Brunico. ( n. 20 di “Prospettive”, Gorlich Editore, Direttore Carlo Enrico Rava, Architetto assai illustre, ne riparlerò).

Per fortuna c’era chi si trovava in gita da quelle parti. Chiedergli qualche foto è stato un attimo.

Foto di Stefano Avarelli
Le immagini parlano da sole.

Immagine presa da “Prospettive”

I disegni ripresi da “Prospettive” . Situazione ante operam
Si vede netta la soluzione di continuità con i prospetti delle costruzioni adiacenti.

Foto da “Prospettive ”
E’ evidente l’inserimento “in via” con ripetizione del medesimo segno artistico dei prospetti che caratterizza una tipologia dell’ “Architettura in via”.

Disegno del prospetto, da “Prospettive“
Si evidenzia il nuovo disegno del prospetto, dove con sapiente uso dei riquadri viene rappresentata la data del progetto, come vezzo che però assume il vero significato di quell’intervento che volesse fermare il tempo in qualcosa di speciale, nelle stesse luci finestrate che si allineano con rigorosa geometria nel richiamare l’osservatore come si trovasse davanti ad una intera superficie-specchio, per l’effetto riflettente della quinta frontista delle costruzioni. Allineate, e coperte, quasi gemelle, in successione nelle scansioni murarie di un allineamento non solo murario, come fosse una lunga immagine pittorica.
Immagine che sollecita una visita all’interno della costruzione.
Risulta immediato il collegamento con l’accesso su via ed il fondo del locale unico

Le foto degli interni sono di Stefano Avarelli
Ambiente unico, senza interruzioni di pareti, fino al fondo del locale commerciale.





Collegamento esterno “in via” e sfondo interno, in una scenografia cercata, visto che molti articoli commerciali trattano sport della montagna. Rocce integre illuminate da lucernai chedal tetto riflettono la luce esterna.
Progetto che sembrerebbe motivato soltanto da una composizione estetica, concedendosi agli effetti di quel dissacrante arredo su strada della forte interruzione delle tipologie canoniche della città tirolese, ed all’opposto sul fondo interno del locale, lasciato era integro nella scarna ed intatta parete naturale, senza ricadere nelle enfasi delle architetture di interni molto spesso autocompiaccienti.
Ma nel progetto si evidenziano due argomenti che vale la pena sottolineare.
Il primo. La sapiente opera del progettista che al “pubblico e non competente osservatore” non è rilevata. Le opere interne hanno seguito il classico “svuotamento” di murature portanti di spina e dei solai sui quali si distribuivano gli ambienti. Senza fare accostamenti alle normative attuali (ristrutturazione/nuova costruzione) che a quel tempo, metà secolo scorso, non erano così dettagliate e/o confuse, tali che se si dovessero rapportare ad oggi non si finirebbe mai di slittare in successioni di pareri tecnici, spesso in-dotti e raramente dotti, molto spesso discordanti, quando i pareri personali si autoelevano a scienza del Diritto.
Vale perciò rileggere la relazione del progettista : “…Le demolizioni dei vari solai, delle murature tramezze e delle volte, nonché del muro di spina, muro che in certi punti oltrepassava lo spessore di mt. 1,20, dovettero essere fatte con la massima cautela, puntellando i muri perimetrali man mano che si procedeva dall’alto verso il basso. ….omissis”. Ovvero, senza altre specifiche costruttive spiega con parole semplici l’intero processo costruttivo che, tanto per gli addetti, varrebbe confrontare con l’antica tecnica dei cantieri che si aprivano nelle città storiche, quando si interveniva nella continuità del tessuto murario. L’edificio qui trattato si configura come costruzione unitaria da cielo a terra. Se la copertura, tetto a falde, risultava non particolarmente fatiscente e quindi era gioco-forza non demolirlo ma era opportuno non intaccarlo perché “protezione” alle intemperie del cantiere sottostante, rimandando ad opere successive per il suo necessario risanamento conservativo.
Mentre si procedeva con la modalità che è ben nota agli addetti, il “cantiere verticale” per i lavori “di sostituzione“, procedendo dall’alto verso il basso, mentre sulle murature laterali, nel disporre putrelle ad ala larga (travi Differdingen) ed utilizzare spazi utili nell’alternanza delle travi in ferro per “accogliere la ventilazione degli ambienti“.
Tanto nel dettaglio tecnico del cantiere, sufficientemente qui descritto anche per chi, quando vede le Architetture, de visu o sulle pagine patinate delle pubblicazioni di settore e, spesso, anzi spessissimo, sorvola sul perché e per come si realizzano ambienti che esaltano progetti, progettisti e ….. fornitori.
Però, ….però. Occorre sottolineare che, in tutta la breve storia di questa Architettura in via, il vero protagonista, ed unico, della sua realizzazione. Cioé il Committente. Che non solo ha dato fiducia ad un Progettista, la cui professionalità qui si evidenzia.
Infatti, quando si trattò di presentare il progetto all’Ufficio Tecnico competente del Comune, ci furono confronti abbastanza difficili con la Commissione Edilizia che, nel ritenersi in diritto di “governare” il progetto, “….non solo arrivò al punto di prescrivere al progettista dimensioni di finestre e di pilastri, ma si riservò persino la determinazione dei colori della facciata!…”
E qui avvenne un fatto nuovo, forse unico, Ma credo non solo forse. Che vale la pena descrivere.
Hans Schoenhuber, il Committente, concesse piena fiducia all’Architetto e “…riconosciuta l’impossibilità di un compromesso, ruppe ogni indugio e fece eseguire, al riparo di una fitta impalcatura, il progetto originario come era stato progettato. ….”
A lavori eseguiti valse la “vox popoli“, entusiasta.

Grazie, herr Hans.
